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Articolo di Edoardo Caruso, studente presso la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze.

 

Partiamo da un presupposto: l’organizzazione politica di Israele è fra le più complesse e meno efficienti al Mondo. Il Paese, nel quale vivono decine di minoranze ed etnie differenti, non ha mai goduto di un sistema politico stabile.

Le problematiche derivano da ragioni endemiche alla sua creazione; lo stato è nato in un territorio già abitato da gruppi etnici diversi, che sono entrati nel tessuto sociale con lingua, usi e religione propria. Tutti questi gruppi si sono poi riuniti in partiti politici, dando vita a una vasta frammentazione del sistema.  Oltre a ciò, Israele non ha una costituzione scritta né un sistema elettorale che permetta il raggiungimento di una facile maggioranza (e quindi di un governo stabile). Infatti, la Knesset, il Parlamento israeliano, con i suoi 120 membri, è eletto con un sistema proporzionale in un unico collegio nazionale.

Con queste premesse, è comprensibile la difficoltà del paese nel trovare una maggioranza ampia e stabile.


Situazione attuale:

dopo quattrocentottanta giorni senza un Governo, tre tornate elettorali (il popolo ha votato 3 volte senza esprimere una maggioranza stabile) e, ultimamente, anche la recessione economica causata dal Covid-19, il Presidente di Israele Rivlin ha spinto per la formazione di un Governo di unità nazionale.

I due partiti più forti, Likud (guidato dal quattro volte premier Benjamin Netanyahu) e Blu-Bianco (guidato dall’ex generale Benny Gantz), hanno dunque cercato un compromesso nonostante l’ampia distanza ideologica fra loro.

L’accordo è stato raggiunto lunedì sera, il nuovo governo sarà composto da 32 ministri, che diventeranno 36 al termine della fase di crisi coronavirus.  Netanyahu sarà primo ministro per i primi 18 mesi, Gantz prenderà il suo posto per i secondi 18 mesi, istituendo una sorta di “governo a rotazione” di emergenza. Della coalizione fa parte anche il laburista Amir Peretz che si occuperà dell’Economia.


Le proteste:

Ciò che è interessante, nonché il motivo per cui circa 2000 persone hanno manifestato (rigorosamente separate) nelle piazze di Tel Aviv, è appunto la distanza ideologica che, sulla carta, ci doveva essere fra i due leader. Gantz propone un partito centrista, promotore delle idee liberali e soprattutto di trattare pacificamente con l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Al contrario Netanyahu ha fatto del populismo conservatore e della lotta verso i palestinesi il suo punto di forza, tradendo talvolta gli ideali stessi su cui Israele si basa, vista la sua simpatia per il Fascismo e il fuhrer Adolf Hitler. Oltre a ciò, nel 2019 Netanyahu viene incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio, meritandosi l’appellativo di “ministro del crimine” presso la sua gente.

Gli israeliani sono, dunque, scesi in piazza contro l’alleanza fra i due schieramenti, accusando Gantz di tradire le promesse elettorali fatte e di venire a patti con il corrotto ex primo ministro. “Quelli che hanno spaccato il partito Blu bianco – ha denunciato Yair Lapid ex alleato di Gantz – vanno al governo con chi è incriminato per corruzione, si sono arresi a Netanyahu”.

L’ex generale ha giustificato la giravolta con la necessità di formare un governo di unità nazionale, ma tale scusa non è stata sufficiente a salvaguardare la fiducia presso i suoi elettori ed alleati politici.

Quello che passa, agli occhi di un osservatore esterno, è che Israele ha perso l’unica possibilità per disfarsi del suo primo ministro dalle tendenze autoritarie. Per mantenere la poltrona, quella che doveva essere l’opposizione ha deciso di svendersi alla logica del compromesso, finendo per lasciare altri 18 mesi di carica a Benjamin Netanyahu, con la speranza che allo scadere di questo periodo egli accetti di farsi da parte.

La democrazia israeliana vacilla sotto i colpi del populismo, trema di fronte al virus che è riuscito a sottrarre nuovamente Netanyahu alla Giustizia e cade quando anche l’unica alternativa percorribile per il cambiamento decide di scendere a patti con il nemico.

Tuttavia, Cicerone ci ha insegnato che “Aegroto dum anima est, spes esse dicitur”, “Finché c’è vita c’è speranza” e di vite disposte a lottare per la democrazia, in piazza Rabin, ve ne erano più di duemila.

Edoardo Caruso

 

Approfondimenti:

Israele.net, fonte italiana sul Paese mediorientale

Sempre da Israele.net

Situazione coronavirus nel Paese Video della protesta “distanziata”

 

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