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Articolo di Edoardo Caruso, studente presso la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze. Appassionato di politica, storia e giornalismo. Scrivo per non parlare.

Il 20 e 21 Settembre gli italiani saranno chiamati alle urne.

Parallelamente alle elezioni regionali (in Liguria, Toscana, Veneto, Campania, Puglia, Marche e Valle d’Aosta), si dovrà votare il quesito sul taglio dei parlamentari.

Poco si è scritto e discusso di questo referendum, affossato dietro le campagne elettorali in vista delle elezioni regionali, fondamentali per Governo ed opposizione poichè serviranno ad eleggere ben sette presidenti di regione e altrettante maggioranze nei consigli regionali.

Ma, nonostante il silenzio dei media, tale referendum è di importanza primaria, poichè andrà a modificare profondamente l’assetto politico del nostro Paese. Per questa ragione è utile fare chiarezza.

Partiamo dal definire che cosa è un referendum costituzionale e cosa prevede quello indetto per il 20 settembre?

Il referendum costituzionale prevede la scelta dei cittadini italiani maggiorenni fra due alternative: Sì o No. Non prevede un quorum minimo per essere valido, previsto invece nei referendum abrogativi. Ciò lo si deve al fatto che il costituzionale è “solo” un referendum confermativo e le eventuali modifiche sono prima discusse e approvate in Parlamento.

Questa caratteristica del referendum costituzionale fa sì che qualsiasi sia il numero di votanti, l’esito del voto sarà ugualmente valido.

La costituzione italiana, allarticolo 138, prevede la possibilità di modificare gli articoli stessi della Costituzione attraverso una procedura diversa da quella richiesta per una legge normale. Una revisione costituzionale (ossia appunto una modifica a uno o più articoli della Carta) può essere eseguita dopo che il Parlamento ha approvato tale modifica per due volte, con almeno una maggioranza assoluta nella seconda deliberazione. Se, però, un numero consistente di parlamentari lo richiede, tale modifica deve essere sottoposta al giudizio del popolo italiano, che sarà espresso attraverso un referendum costituzionale.

Questo è esattamente ciò che è accaduto con la proposta di modifica costituzionale portata in Parlamento dal Movimento 5 Stelle; dopo due approvazioni successive alla Camera e al Senato, 71 senatori hanno richiesto l’indizione di referendum costituzionale, che fissato inizialmente al 29 Marzo, è stato posticipato al 20 settembre a causa della epidemia di Coronavirus.

Un referendum costituzionale è, dunque, un referendum confermativo, che serve solo a ribadire (o a ribaltare) il giudizio che la classe politica e il Parlamento hanno già espresso. In breve, se un referendum costituzionale è indetto, significa che la classe politica ha già approvato le modifiche discusse. Ma questa approvazione può essere ribaltata dal voto popolare, così come accaduto nel referendum “Renzi” nel 2016.


Il quesito referendario sul taglio dei parlamentari:

Quello a cui saremo sottoposti fra pochi giorni è il quarto referendum costituzionale nella Storia dell’Italia repubblicana. Il testo del quesito referendario recita:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?».[1]

Il referendum del 20 e 21 settembre chiede, dunque, ai cittadini se sono favorevoli a “tagliare” il numero di parlamentari. Ma cosa significa nel concreto?

In reltà il testo della modifica si articola in 4 punti, che andranno a modificare ben 3 articoli della Costituzione (Art.56, 57, 59).

Il primo punto del testo è quello che prevede la riduzione del numero dei deputati (ossia parlamentari eletti alla Camera) da 630 a 400 membri. Il secondo punto propone la modifica parallela anche al Senato, dove il numero di senatori passerebbe da 315  a 200 membri. La riduzione percentuale dei due rami del Parlamento è del 36,5%.

Il terzo punto del testo di modifica costituzionale prevede di eliminare l’ambiguità creata dall’articolo 59 della costituzione, ossia di fissare il numero di senatori a vita (ossia quelli nominati dal Presidente della repubblica come membri “di diritto” del Senato per alti meriti verso la Patria) a 5. Ma quale era l’ambiguità precedente, esistita sino ad oggi? La Costituzione, all’articolo 59, è poco chiara, alcuni ritengono che 5 sia il numero massimo di senatori a vita che può essere presente in Senato durante una legislatura, mentre altri ritengono che ogni Presidente della Repubblica abbia il diritto di nominarne 5 e che quindi il numero di senatori a vita possa essere superiore. Tale ambiguità verrebbe appunto risolta.

Il quarto e ultimo punto del testo di modifica costituzionale prevede che, in caso di approvazione delle suddette modifiche, esse entreranno in vigore dopo il primo scioglimento delle camere. Questo significa che in caso di vittoria del Sì al referendum del 20 Settembre, il numero di parlamentari non cambierà il giorno successivo, ma resterà lo stesso fino alla caduta del Governo e alle nuove elezioni, che saranno presumibilmente nel 2023.


La crociata pentastellata:

Il partito grillino è nato dalla lotta contro la classe politica. Il M5S doveva essere il partito “del cambiamento”, contrario ai privilegi dei politici e in opposizione a tutta la generazione politica precedente, figlia di Berlusconi, delle leggi “ad personam” e di svariati scandali parlamentari.

La lotta alla “Casta” è stata, dal principio, il cavallo di battaglio di Grillo & Co. Taglio degli stipendi, restituzione di una parte di essi, taglio dei vitalizi, lotta contro il cosiddetto “cambio di casacca” (ossia l’introduzione del mandato imperativo) e, infine, il taglio della rappresentanza. Tutte campagne alimentate da giusti principi, ma puntualmente arenatesi a causa dello scontro con la realtà politica.

Il sano Movimento ha finito per diventare ciò che ha sempre contestato, parte di quella stessa Casta dalla cui contestazione è nata la fortuna dei pentastellati.

Dopo la reintroduzione dei vitalizi, il palese fallimento del reddito di cittadinanza e del progetto dei navigator, l’introduzione del secondo mandato (solo per citare alcune delle debacle grilline), ai 5stelle non resta che arroccarsi sull’ultimo baluardo difensivo. Non importa quanto stupida sia la battaglia per il taglio dei parlamentari, non importa neppure se il partito sarà svantaggiato in termini di seggi da questa riforma; Di Maio e il suo partito hanno bisogno di questa vittoria, per dimostrare a tutti (in primis a se stessi) di essere diversi dalla tradizione politica precedente.

Da ciò nasce tutto l’ardore per questa crociata populista; tagliare i parlamentari (visti nella folklore italiana come ingordi ladri di denaro pubblico) è divenuto l’argomento principale di una politica incapace di trattare argomenti complessi, tanto da inserire il progetto nei due contratti di governo (Conte I e Conte II).


Ma andiamo per gradi; quali sono i vantaggi che i 5 stelle vedono in questo progetto?

1.SI RISPARMIA: Di Maio ha sempre parlato del taglio dei parlamentari come di un progetto salvifico per l’economia del Paese, facendo credere a molti che la gestione delle carriere dei politici sia una delle spese maggiori nel bilancio pubblico. Numeri alla mano, notiamo che  non è così. L’economista Cottarelli fu uno dei primi, seguito da molti altri esperti, a ridimensionare la portata del risparmio dovuto alla riforma pentastellata.

In seguito, anche i calcoli del Codacons hanno mostrato quanto irrisorio sia tale risparmio sulle tasche degli italiani (si parla di circa 1,35€ per cittadino). Facciamo un confronto per rendere l’idea: il taglio dei parlamentari,nelle migliori delle ipotesi, stando alle previsioni dei cinquestelle, permetterebbe un risparmio per legislatura di 410 milioni o 82 milioni l’anno. Tenendo conto del fatto che sul costo dei parlamentari si pagano tasse, al netto di queste il vero risparmio per le casse pubbliche è di soli 57 milioni annui, lo 0,007 per cento della spesa pubblica annuale.*. Numeri quindi irrisori rispetto ad altre uscite. Ad esempio, l’adesione dell’Italia alla Nato ci costa circa 20 miliardi annui, ossia circa 56 milioni di euro al giorno, il 2,5% della spesa pubblica.

C’è anche chi, oltre a smentire l’ipotesi del risparmio, arriva a dire che con questa modifica costituzionale i costi supereranno i risparmi. Secondo alcune stime, l’adeguamento legislativo (modifiche successive alla Costituzione, una nuova legge elettorale, nuovi regolamenti interni alle camere ecc) produrrà costi maggiori di quelli che saranno i risparmi sugli stipendi parlamentari.

2.ABBIAMO TROPPI PARLAMENTARI, VANNO RIDOTTI: Avere una ampia rappresentanza politica non è un problema per un paese democratico, anzi. Ma poniamo che il troppo in questo caso sia sbagliato; come capire se realmente i parlamentari sono troppi?

Proviamo a fare un confronto con le camere basse di altri paesi europei (fare un confronto con il Senato non ha senso, visto la diversità della nostra camera alta):

  • Germania: Bundestag (Camera dei rappresentanti) 709 membri.
  • Francia: Assemblea Nazionale (Camera dei rappresentanti) 577 membri
  • Regno Unito: House of Commons, 650 membri
  • Italia: Camera dei Deputati, 630 membri

Da ciò si può dedurre che numericamente siamo perfettamente in linea con la media dei grandi paesi europei; inoltre, essendo la terza Nazione europea per popolosità, il numero di deputati DEVE essere alto, per garantire un buon tasso di rappresentanza (attualmente siamo terzi con un deputato ogni 96’000 abitanti).

3.TAGLIANDO I PARLAMENTARI SI SEMPLIFICA IL PROCESSO LEGISLATIVO: No. Il problema della lentezza legislativa, talvolta incapacità legislativa, non è dovuto ai numeri, bensì alla struttura del nostro Parlamento.

Il bicameralismo italiano è detto paritario o perfetto. Ciò significa che abbiamo due camere, Camera e Senato, con gli stessi poteri, stesse funzioni e stessa base di rappresentanza. A differenza di tanti altri paesi, il nostro Senato appare come una fotocopia della Camera dei deputati; stesse funzioni, simile organizzazione interna e stessi argomenti di discussione.

Se davvero si volesse snellire il processo legislativo, accelerandolo, si dovrebbe passare ad un monocameralismo o ad un bicameralismo imperfetto, capace di rappresentare, da un lato, la popolazione nazionale nel suo complesso, e, dall’altro, le entità sub-nazionali. Tale progetto fu promosso nel Governo Renzi, ma il referendum diede esito negativo, obbligando il Belpaese al suo assurdo bicameralismo.

Inoltre, diversificando le camere (ad esempio sul modello tedesco), si otterrebbe anche il taglio dei parlamentari. Un senato a base regionale dovrebbe avere un numero di membri molto minore rispetto ai 315 attuali (in Germania il Bundesrat ne ha 69). Anche questo era un progetto del “referendum Renzi”.

4. SI RIDUCONO I PRIVILEGI E I GIOCHI “DI PALAZZO”: quello che tante persone non comprendono (Di Maio fa finta di non capirlo) è che riducendo il numero delle poltrone non si diminuiscono i cosiddetti “magna magna”. Spesso gli scandali che coinvolgono i politici sono frutto di accordi esterni “al palazzo”. Se un imprenditore, funzionario pubblico, magistrato o politico è corrotto, continuerà ad esserlo anche se il Parlamento fosse fatto sparire. Il problema è culturale; casomai si dovrebbe porre più attenzione sul candidato che si vota, non augurarsi di non votare più.


I pericoli di un taglio irresponsabile:

Come nel costruire un ponte si chiede l’opinione di ingegneri e architetti, persone che grazie ai propri titoli si ritiene abbiano competenze maggiori, così nel costruire una riforma drastica, come quella del taglio dei parlamentari, si dovrebbe ascoltare il parere di politologi ed esperti.

Ebbene, sul taglio dei parlamentari tantissimi esperti (politologi, economisti, scienziati sociali) si sono espressi. Solo per citarne acuni: Panebianco, noto politologo e professore italiano, Cottarelli, economista, sono contrari anche giuristi come Cassese e Violante. Tutti questi professionisti hanno cercato di mettere in guardia dai pericoli di un taglio irresponsabile e non ragionato.

Alla precedente smentita del risparmio derivante dal taglio, si aggiungono problemi derivanti da una riduzione del numero di parlamentari. In primis, vi è un problema con la vigente legge elettorale, il Rosatellum. Risulta evidente che una legge elettorale creata per eleggere 945 candidati non può essere usata per eleggerne solamente 600. Tagliare ADESSO i nostri rappresentanti significa, dunque, obbligare il Governo ad una veloce stesura di una nuova legge elettorale, probabilmente nel periodo storico più difficile della storia dell’Italia repubblicana.

Riscrivere la legge elettorale non è una cosa semplice. Ma se il referendum desse esito positivo sarebbe assolutamente indispensabile.

Il “Rosatellum” attuale è una combinazione di maggioritario e proporzionale, con un effetto distorcente sulla proporzionalità poco accentuato. Tagliando i parlamentari, senza cambiare formula elettorale, la proporzionalità verrebbe alterata profondamente, a vantaggio dei primi due partiti maggiori (la tendenza è quella di andare verso un bipartitismo). I partiti minori e le minoranze etniche sarebbero tagliati fuori, poichè il loro peso politico risulterebbe ulteriormente ridimensionato.

Perciò, molti politici (Come Zingaretti, segretario dem) hanno ipotizzato il ritorno ad un proporzionale puro, in modo da rappresentare tutte quelle minoranze che sarebbero altrimenti tagliate fuori. Ma l’Italia ha già vissuto i pericoli di un proporzionale puro, il rischio è quello di tagliare i parlamentari per snellire le complicazioni nelle camere, per poi dover re-inserire un sistema elettorale che crea più problemi di prima.

Infine, diminuire il numero delle poltrone a Palazzo Madama e a Montecitorio produrrà un rafforzamento delle leadership partitiche. Con meno parlamentari, ogni leader dovrà porre maggiore attenzione a chi ottiene il seggio del suo partito, visto che il peso relativo di ogni voto sarà maggiore. Questo potrebbe produrre schieramenti di fedelissimi, in modo ancora più accentuato di adesso.


Dico sì ad un taglio ragionato, a modifiche costituzionali mirate a snellire il processo legislativo, ad una nuova legge elettorale.

Ma voto NO al referendum del 20 settembre. Le argomentazioni pentastellate sono inconsistenti, la loro idea di risparmio è puro populismo e nel loro progetto non vedo un miglioramento nella qualità del Parlamento.

 

 

PAR CONDICIO:

Le ragioni del Sì, Il Fatto Quotidiano

 

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