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Articolo di Edoardo Caruso, 21 anni, studente presso la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze e dell’Institut d’Etudes de Sciences Po Paris. Appassionato di politica, storia e giornalismo.
In un mondo post-bipolare prendere in considerazione la posizione geopolitica della Cina diventa fondamentale per comprendere le traiettorie internazionali. Ciò è maggiormente vero dopo la crisi pandemica del 2019, che ha mostrato come questo Stato possa fornire una risposta alternativa alle crisi rispetto ai paesi occidentali.
Le analisi che prospettavano una parità economica fra Usa e Cina non entro il 2030 saranno smentite a causa della crescita (o meglio una mancata decrescita) cinese nel 2020, unica nel Mondo nonostante la pandemia.
La Cina sarà indubbiamente il Paese con cui gli USA e l’Europa dovranno confrontarsi nel prossimo decennio, la traiettoria è chiara. Per questa ragione è fondamentale analizzare la forma di governo cinese, di cui tanto si parla ma poco si conosce in Europa; come è organizzata politicamente la Nazione più popolosa al Mondo? Chi detiene il potere? La Cina potrebbe essere un modello da seguire o è veramente quel mondo anti-democratico come spesso viene descritta?
Scopriamo la forma di governo, le principali istituzioni, i centri di potere e i principali diritti della Rapubblica Popolare Cinese e proviamo a compararla all’Italia.

 

La Repubblica Popolare Cinese (da ora PRC) è organizzata sulla base della Costituzione del 1982,
la quinta dopo l’instaurazione del Socialismo del 1949 . Questa Carta è un compromesso fra
esperienza socialista precedente e la necessità di modernizzazione e ritmi di crescita che
un’economia capitalista richiede.

La forma di governo cinese si basa su una stretta collaborazione e compartecipazione di potere fra
organi di stato e organi di partito. Se volessimo parlare esclusivamente degli organi istituzionali
inseriti in Costituzione compiremmo un errore, visto che la forma di governo è profondamente
influenzata dagli apparati di partito, che gestiscono e coordinano quelli statali.
I due apparati sono soggetti a due costituzioni differenti; la Costituzione della Repubblica Popolare
Cinese, che disciplina gli organi costituzionali dello stato, e la Costituzione del Partito Comunista
Cinese, che svolge lo stesso compito per gli organi di partito.
Concentriamoci innanzitutto sulle strutture statali che regolano la forma di governo:
Il
potere legislativo è formalmente detenuto dall’Assemblea Nazionale del popolo (Anp), ossia il
massimo organo legislativo della PRC. Questa Camera è formata da 2980 membri, che si riuniscono
una volta l’anno a Marzo, in sessioni plenarie della durata di due settimane circa.
Durante la vacanza della plenaria, 11 mesi, è il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale a
farne le veci (disciplinato dall’articolo 57 costituzione). Questo organo, formato da 150 membri
eletti nella I sessione plenaria della neo-eletta Anp, esercita la funzione legislativa rispondendo alla
plenaria circa il proprio operato.
L’Assemblea Nazionale è emanazione del PCC, il quale detiene circa il 70% dei quasi 3000 seggi.
Oltre al PCC vi sono altri 9 partiti, alcuni antecedenti alla formazione della PRC, che sono
formalmente indipendenti, ma sostanzialmente dipendenti dal PCC, visto che hanno giurato fedeltà
a questo partito.
Il sistema elettorale per eleggere l’Assemblea è molto complesso, si tratta di uno schema “a
piramide” che emana in ultima istanza dal voto popolare. Il popolo elegge le assemblee popolari
locali, le quali nominano le assemblee distrettuali; a loro volta queste ultime nominano le assemblee
provinciali, che per ultime eleggono i deputati dell’Assemblea Nazionale. Il meccanismo appare
molto poco democratico, il rigido sistema di candidature emana direttamente dal PCC. Tuttavia, il
meccanismo semplifica il voto; il suffragio universale, sebbene esistesse in URSS già dal 1936,
sarebbe complicato in questa Nazione vastissima, con 22 provincie, 5 regioni autonome, 2 regioni
amministrative speciali e 2 comuni, nella quale larghe fasce della popolazione non hanno contatti
diretti con Pechino, né possono immaginare come funzioni l’apparato statale centrale.
L’assemblea Nazionale svolge svariate funzioni (articolo 62 e 63 costituzione): emenda la
costituzione e sorveglia sulla sua applicazione, elegge il Presidente e vice-presidente della PRC,
elegge il Consiglio di Stato della PRC, che potrebbe essere paragonato al Governo di un paese
occidentale. Inoltre, elegge il presidente della commissione militare centrale e secondo la sua
designazione, decide sulla nomina degli altri membri della commissione. Infine, l’Anp elegge il
Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale, che fa le veci della plenaria negli 11 mesi in cui
essa non è convocata.
Secondo l’articolo 63 costituzione, l’Anp ha poi facoltà di esonerare alcune figure, fra cui il
Presidente e suo vice (su cui l’Anp ha quindi diritto di nomina e revoca).

Il Governo: il Consiglio di Stato della PRC e il Primo ministro. Il Consiglio di Stato è l’organo
incaricato di far applicare le leggi emanate dall’Assemblea. È il livello intermedio di governo fra
amministrazioni del popolo nelle provincie e i livelli superiori del PCC.
Articolo 85. “
Il Consiglio degli affari di stato (abbr. Cas; guowuyuan), cioè il governo popolare
centrale, è l’organo esecutivo del supremo organo del potere statale, è il supremo organo
amministrativo dello stato


In Cina il potere esecutivo è solo formalmente attribuibile a questa istituzione; più verosimilmente
possiamo dire che il Consiglio di Stato rappresenta l’anello di congiunzione fra amministrazioni
locali e i vertici centrali del PCC.
Fra i membri del Consiglio ci sono i 25 ministri a capo di altrettanti ministeri, fra i quali particolare
importanza è assunta dalla Banca Popolare Cinese.
Il Presidente della PRC: rappresenta il capo di stato della Cina.
La figura vertice dell’ordinamento statale è eletta dall’Assemblea Nazionale del Popolo fra cittadini
cinesi di almeno 45 anni di età. Secondo la Costituzione il Presidente poteva restare in carica per
soli due mandati, di 5 anni ciascuno, limite recentemente abrogato dall’attuale Presidente, Xi
Jinping, che ha beneficiato del voto favorevole dell’Assemblea Nazionale. Attualmente, quindi, il
Presidente della PRC può ipoteticamente restare in carica a vita.
La carica di Presidente della Repubblica è venuta a coincidere dagli anni ’90 in poi con quella di
Segretario Generale del PCC. A causa di questa prassi, il Presidente ha potuto delegare poteri al
Primo Ministro, assumendo recentemente un ruolo prettamente cerimoniale. Questo accade perché
il Presidente non ha più necessità di esercitare il potere, dal momento che è già il leader della
Nazione, con poteri più o meno assoluti a seconda delle circostanze, in quanto Segretario del PCC.
Questa struttura ha accentrato molto il potere legislativo nelle mani del Presidente (o Segretario), il
quale assume tratti di dittatore, concedendo solo una formale democraticità al sistema legislativo
nella fase di discussione alla Camera (per altro in mano a una larga maggioranza comunista).
Funzioni del Presidente della PRC: poteri costituzionali.
Come capo di Stato, il presidente delinea le politiche generali del paese e dirige gli affari esteri,
promulga gli statuti approvati dall’Assemblea, nomina il premier e i suoi ministri, dopo l’elezione
dell’Assemblea. Può assumere poteri speciali e promulgare lo stato di emergenza, oltre a poter
dichiarare guerra.
Accanto alle strutture statali costituzionalmente definite, nell’analisi della forma di governo
dobbiamo certamente inserire anche le strutture del PCC, vero motore dell’indirizzo politico della
Cina. Il Partito Comunista Cinese (da ora PCC) ha una propria Costituzione. Esso prevede una
struttura di potere piramidale, alla cui base ci sono 85 milioni di cinesi iscritti al partito (II partito
per tessere al Mondo).
Il Congresso del partito si tiene ogni 5 anni, questa Camera di circa 2000 membri modifica la
costituzione del PCC, elegge il Comitato Centrale del PCC ed elegge il suo massimo vertice, il
Segretario Generale del partito (Xi Jinping).
Il Congresso è per certi aspetti simile all’Assemblea Nazionale, di cui condivide anche la sede
fisica. Il Congresso del PCC si tiene infatti a Pechino, nella “Grande Sala del Popolo”
dell’Assemblea Nazionale; percepiamo così anche simbolicamente la stretta coesione fra strutture
del Partito e dello Stato esistente in Cina.
Il Comitato Centrale del partito (198 membri) è simile al Comitato Permanente dell’Assemblea
Nazionale; esso è delegato del Congresso quando questo è sciolto. All’interno del Comitato ci sono
organi eletti dal Congresso, come il Politburo, organo ristretto che dirige il partito, e il Comitato

Permanente del Politburo, ossia il ristrettissimo organo (da 5 a 9 membri, fra cui il Segretario
Generale) da cui esce l’indirizzo politico della Nazione.
Chi detiene il potere, quindi, è il Comitato Permanente del Politburo; questo detta l’indirizzo
politico attraverso l’iniziativa legislativa, più o meno manifesta, all’Assemblea Nazionale, la quale
approva le proposte del PCC grazie a una larghissima maggioranza e le proclama un presidente che
coincide con il Segretario.


I diritti fondamentali

La tutela dei diritti è un problema importante in Cina, che ha esposto il Paese
a pesanti critiche internazionali dal 1949 ad oggi.
La Cina ha inserito in costituzione la tutela di alcuni diritti fondamentali, se ne parla nel capitolo II
(Diritti e doveri dei cittadini), sezione A, sezione B e C. Questa porzione di Costituzione risente di
modifiche recenti, dal 1989 in poi, quando “Piazza Tienanmen” scatenò la denuncia globale del
mancato rispetto dei diritti fondamentali in Cina, determinando l’avvio di un lento ma importante
processo di riconoscimento di alcuni diritti. Quest’ultimo termina nel 2004 quando sono
riconosciuti all’articolo 33 i diritti umani, passo importante per una Repubblica Socialista di stampo
dittatoriale.
La Cina riconosce la libertà di parola, di stampa, di riunione e associazione (articolo 35), la libertà
personale, la libertà di credenza religiosa, l’inviolabilità del domicilio. Inoltre, la Cina ha aderito
alle Convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali, e culturali, e sui diritti politici.
Il riconoscimento della dignità personale all’articolo 38 è scarsamente rilevante. Nulla si dice infatti
sull’uguaglianza culturale, di genere, di razza, fondamenti della Costituzione Italiana(articolo 3).
Ugualmente, è scarsamente rilevante la tutela delle minoranze linguistiche e culturali, come è
riscontrabile nella discriminazione e sistematica violenza sulla minoranza Uigura dello Xinjiang
(“de-estremizzazione”. Vedi rapporto Amnesty International sulla Cina 2019-20).
La tutela formale dei diritti fondamentali (da articolo 33 a 41 della costituzione) è sostanzialmente
irrilevante in determinati contesti. In Cina manca una prassi consolidata sul rispetto dei diritti e
delle libertà; ciò lo si comprende dall’analisi della storia cinese, basti pensare al decennio (1965-
1975) senza che la Camera si riunisse, nei quali solo il “Libretto Rosso” di Mao era la legge.


Comparazione rispetto alla forma di governo italiana

Per studiare la forma di governo cinese si deve compiere lo sforzo di “togliersi gli
occhiali occidentali”, kantianamente rimuovere le forme a priori che contraddistinguono il nostro
essere occidentali e immaginare una società che, nonostante la sua complessità e popolosità, corre
da decenni alla conquista dei mercati globali. L’instabilità che caratterizza le nostre democrazie
parlamentari (crisi di governo, compromessi continui, trasformismo, multipartitismo) è
inconciliabile con la spasmodica rincorsa cinese e costante competizione con gli altri “big”
mondiali. La stabilità di lungo periodo è raggiunta solo a costo di sacrificare diritti e democraticità.
La comparazione fra due forme di governo inserite in forme di stato diverse è complicata. Le
similitudini sono poche e, se ve ne sono, almeno in parte forzate.
La forma di governo cinese è definibile monista, come quella italiana, prevede la legittimazione di
tutti gli organi di governo con una sola elezione. Infatti, il voto popolare “alla lontana” legittima il
Parlamento, che a sua volta vota il Presidente e il governo. Tutto ciò è emanazione di una sola
legittimazione.
Il Presidente della PRC, nella sua evoluzione attuale, ha un ruolo “cerimoniale”, similmente al
Presidente della Repubblica italiana. Infatti, si è assistito ad una forma di “razionalizzazione”,
quando alcuni poteri presidenziali sono stati ceduti al I Ministro.
Il Parlamento italiano presenta sostanziali differenze dall’Assemblea Cinese, essendo un parlamento
bicamerale, multipartitico, permanente, ad elezione diretta. Invece, una qualche similitudine è

forzatamente ravvisabile fra il nostro Governo e Consiglio di Stato: il governo cinese non necessita
della fiducia alla camera, ma comunque entra in carica grazie ad essa; inoltre, la divisione in
ministeri è simile all’organizzazione italiana, con ministri responsabili di fronte al I ministro.

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